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Woolaroo, la piattaforma di Google per imparare le lingue in via d’estinzione

Sono dieci le lingue indigene in via d'estinzione che Woolaroo mette a disposizione per l'utente.

Si chiama Woolaroo la piattaforma lanciata da Google Arts&Culture che permette la traduzione di parole in dieci lingue in via d’estinzione. Tra le lingue ci sono: Yugambeh, Yiddish, Tamazight, Rapa Nui, Nawat, Māori, Greco calabrese, Siciliano, Creolo della Louisiana e Yang Zhuang. Ma come funziona l’app?

Woolaroo, l’app di Google Art&Culture

Woolaroo Google logo

Viene proprio da Google Arts&Culture la volontà di non perdere l’uso di lingue parlate oggi da una ristrettissima cerchia di persone. E lo fa tramite la tecnologia, permettendo a tutti, indipendentemente dall’area geografica in cui ci si trova, di usare le dieci lingue ritenute in via d’estinzione. Questo vuol dire che da qui a 20 o 50 anni ci sia il rischio che nessuno più le parli.

La piattaforma Woolaroo di Google è utilizzabile da mobile, scrivendo il nome sul motore di ricerca. È disponibile anche sul Play Store e su App Store tramite l’app Google Arts&Culture. Una volta dato il permesso a Google di scattare foto, è possibile avviare la piattaforma. Bisognerà poi selezionare la lingua che l’utente parla e le opzioni sono tre: inglese, francese, spagnolo, arabo e italiano. Dopodiché si potrà selezionare la lingua in via d’estinzione, che Google definisce indigena. Quali sono?

Le lingue presenti su Woolaroo

Woolaroo Google parola

Lo Yugambeh, è una lingua aborigena australiana parlata dal popolo Yugambeh. Questa è la prima lingua con la quale Woolaroo inizia con il proporre. Scorrendo verso sinistra si ha l’Yiddish, la lingua degli ebrei ashkenaziti, derivata dall’alto-tedesco. Si procede con il Tamazight, la lingua autoctona della regione Tamazgha in Nordafrica e nell’aria sahariana; con il Rapa Nui, parlata dal popolo Rapa Nui, di origini polinesiane, che vive sull’isola di Pasqua; il Nawat, una lingua auto-azteca parlata nell’area occidentale di El Salvador.

Altra lingua conosciuta ai più è il Māori, proveniente dalla Polinesia orientale parlata dal popolo Māori della Nuova Zelanda. Il Greco calabrese è presente in Italia, in quanto variante della lingua greco-italiota utilizzata dal popolo Griko in Calabria. La stessa cosa vale per il Siciliano, lingua romanza nativa della Sicilia. Si ha poi il Creolo della Louisiana, lingua creola basata sul francese, parlata soprattutto in Louisiana (USA) e infine c’è lo Yang Zhuang, lingua thai parlata nella regione sudoccidentale di Guangxi in Cina.

Come funziona la piattaforma Woolaroo

Una volta che l’utente ha selezionato la propria lingua e la lingua indigena, è il momento di iniziare con l’uso della piattaforma Woolaroo di Google. Bisognerà centrare qualsiasi oggetto davanti alla telecamera e, tempo qualche secondo, la piattaforma darà una serie di parole che indicano quell’oggetto o un suo sinonimo.

Subito sotto, è presente la traduzione in inglese, francese, spagnolo, arabo o italiano, in base a quello che l’utente ha scelto. Woolaroo mostra non solo come si scrive il termine tradotto, ma mette a disposizione anche la relativa pronuncia, funzionalità tipica in Google Traduttore e il contesto d’uso.

Woolaroo dal punto di vista tecnologico

Woolaroo Google telefono

Google Cloud Vision API ottiene informazioni utili direttamente dalle immagini utilizzando AutoML, e classifica rapidamente le immagini in milioni di categorie predefinite.

Infatti, Woolaroo sfrutta il riconoscimento delle immagini e il machine learning per aggiungere al vocabolario i termini che non esistono. Il tool è open source e permette a tutti di contribuire all’espansione dell’elenco di parole.

La tragica situazione delle lingue indigene

Secondo i dati pubblicati dall’UNESCO, almeno il 43% delle 6.000 lingue parlate nel mondo sono a rischio estinzione o già estinte (228). Le lingue indigene tramandate attraverso le generazioni sono sempre meno diffuse e sono destinare a scomparire insieme alle persone più anziane. I più giovani non possono apprenderle perché le parole moderne non esistono nel dizionario della lingua antica.

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